30 giugno 1960, il Movimento Sociale Italiano, che sostiene il governo democristiano di Fernando Tambroni, ha deciso di tenere a Genova, città medaglia d’oro della Resistenza, il suo congresso nazionale.

Il 25 giugno scoppiano i primi incidenti con la polizia, nei giorni seguenti nel centro di Genova di ergono barricate, gli scontri sono aspri. Il Movimento Sociale rinuncia al congresso e i delegati lasciano la città. Dopo Genova le manifestazioni, gli scioperi e gli scontri dilagano in tutta Italia; il bilancio di quei giorni è di 12 morti. Il governo Tambroni deve dimettersi.
NEL giugno 1960 Genova, per la terza volta nel Novecento, si trova al crocevia di una svolta decisiva per la storia nazionale. La prima volta è nel dicembre 1900, quando i “cinque giorni al porto” per la difesa della Camera del Lavoro aprono le porte ad una stagione più liberale, risolvendo la crisi di fine secolo con la sconfitta delle forze reazionarie. La seconda è “l’insurrezione modello” del 24 aprile 1945.
La terza vede la città mobilitata per un mese contro l’effettuazione del congresso missino, sino allo sciopero generale del 30 giugno. Dopo la cacciata da Genova dei neofascisti, il Paese vive una settimana di passione e di sangue. Il 4 luglio si effettua uno sciopero generale a Roma contro l’arresto illegittimo di un sindacalista della Cgil. Il 5 luglio in Sicilia, a Licata, la polizia spara contro un corteo di disoccupati. Il 6 luglio, nuovamente a Roma, la polizia a cavallo carica gli antifascisti, tra cui numerosi parlamentari. Il 7 luglio l’eccidio di Reggio Emilia: cinque lavoratori cadono sotto il piombo della polizia di Tambroni. La CGIL proclama lo sciopero generale nazionale l’8 luglio. Nello stesso giorno a Palermo e a Catania cadono sotto le raffiche altri quattro manifestanti. Il 19 luglio il governo è costretto a dimettersi. L’esito della crisi dell’estate 1960 è positivo: dopo il fallimento del conato autoritario di Tambroni, la destra deve ripiegare e si apre il processo che porterà alla stagione riformatrice del centrosinistra.

POTEVA però finire in modo diverso, perché forze potenti si opponevano al rinnovamento, dalla Confindustria alla Cei guidata da Siri. È il movimento di massa a risolvere in un senso anziché nell’altro, a partire da Genova.
Perché Genova? La spiegazione moderata chiama in causa la vocazione “insurrezionista” della cittàe il “complotto” comunista. In realtà l’orientamento del gruppo dirigente comunista, locale e nazionale, è molto più sofferto di quanto appaia: il timore per le “provocazioni” è molto alto. Lo stesso Baget Bozzo scriverà anni dopo che le manifestazioni “…non sono mai guidate dal Pci” e che la prova di forza è voluta proprio dal governo: “È solo sulla base delle garanzie governative che l’esecutivo missino decide di tenere il congresso. Fino all’ultimo momento esisteva la possibilità di un rinvio concordato con il governo.” La mobilitazione del giugno 1960 ha invece caratteristiche di spontaneità e capacità straordinaria di autooganizzazione intorno a due punti di riferimento: la Camera del Lavoro e il movimento partigiano, in particolare l’ANPI. Con in più il ruolo trascinante di alcune figure carismatiche. Come Sandro Pertini che il 28 giugno tiene in Piazza della Vittoria il comizio passato alla memoria popolare come “u brichettu “. Come Antonio Negro, il vecchio sindacalista rivoluzionario protagonista sin dal primo Novecento, il più acclamato dal gigantesco corteo del 30 giugno.

Ci sono poi le ragioni profonde del movimento. Il 1960 è passato alla storia anche come l’anno del miracolo economico del Paese. Ma a Genova questo miracolo si sente poco. I lavoratori genovesi vengono da un decennio di lotte contro il ridimensionamento produttivo della città. Lotte epiche, come gli 82 giorni di occupazione della S. Giorgio e i 72 dell’Ansaldo nel 1950, come i 120 giorni di sciopero nel ramo industriale del porto contro la “libera scelta” nel 1955. Lotte spesso terminate con sconfitte, però capaci di tenere alte volontà e speranze di un riscatto. La paternità del giugno 1960 va quindi ricercata nel conflitto sociale degli anni Cinquanta. C’è però una grande novità rappresentata dai protagonisti, perché scende in campo, a Genova e poi in tutta Italia, una nuova generazione, troppo presto giudicata apatica e facile preda del consumismo del tempo. Secondo fonti e testimonianze dirette, almeno metà dei centomila scesi in piazza il 30 giugno sono giovani tra i 17 e i 25 anni. Dei cinquanta arrestati durante gli scontri, quasi tutti manovali e disoccupati, la metà ha meno di 25 anni.
Infine, per la prima volta, si muove anche l’Università, con il nucleo principale delle facoltà scientifiche. Oltre cento docenti firmano un appello contro il congresso del Msi e il 25 giugno si sospendono le lezioni e gli esami per muoversi in corteo verso la Casa dello studente.
27 giugno 1960 al presidente del consiglio Tambroni fu consegnato, da parte dei dirigenti del MSI, un rapporto, in cui si diceva che il deputato missino ligure Giuseppe Gonella aveva raccolto informazioni che portavano a ritenere il prossimo congresso a rischio di disordini. Secondo questa nota, in parte a causa delle condizioni precarie di povertà e disoccupazione in cui vivevano i lavoratori del porto, in cerca di uno sfogo per il malcontento accumulato, in parte per la configurazione stessa del centro storico che poteva favorire eventuali scontri, la situazione sarebbe potuta degenerare.Nella nota il MSI informava Tambroni che era stato ipotizzato dal segretario Michelini di chiedere al governo la proibizione del congresso per motivi d’ordine pubblico, in modo da evitare il pericolo, senza però che si sapesse che la decisione era stata richiesta dagli stessi missini; ma la proposta era stata fermamente respinta dagli altri dirigenti del partito. In conclusione, il MSI rendeva noto d’aver deciso di celebrare il congresso, ma anche di far giungere a Genova “almeno un centinaio di fascisti romani, scelti tra i più pronti a menar le mani”: decisione quest’ultima che venne resa pubblica tramite la stampa, e sottoposta a critiche nei giorni successivi agli scontri.
A rendere ancora più incandescente la situazione intervenne la notizia, riportata dal quotidiano il Giorno], della partecipazione ai lavori del congresso di Carlo Basile , sottosegretario all’Esercito e prefetto della città ai tempi della Repubblica sociale Italiana . Basile era conosciuto a Genova per gli “editti” del marzo 1944[ contro lo sciopero bianco e le proteste indette dagli operai, a cui succedette nel mese di giugno la deportazione di alcune centinaia di lavoratori nei campi di lavoro della Germania nazista. Per le sue azioni durante la guerra Basile venne prima assolto, poi condannato a morte, per poi essere nuovamente assolto dopo ulteriori ricorsi, grazie anche a una serie di amnistie e condoni, continuando nel dopoguerra la sua attività politica all’interno del MSI.
Secondo Donato Antoniello e Luciano Vasapollo, in Eppure il vento soffia ancora (2006), la presenza di Basile invece sarebbe stata annunciata dai dirigenti del MSI insieme con quella di Junio Valerio Borghese I due saggisti citano come riferimento il libro di Nicola Tranfaglia Le Piazze]. L’ipotesi relativa alla possibile presenza di Borghese è saltuariamente ricordata dalla pubblicistica che tratta di questi avvenimenti (anche solo per smentirla).
Il 28 giugno venne indetta una manifestazione di protesta, nel corso della quale Sandro Pertini , affermando la sua opposizione al congresso, disse:
A questa manifestazione parteciparono circa 30 000 persone

l 1º luglio si registrarono diversi scontri tra forze dell’ordine e manifestanti in diverse parti d’Italia, tra cui Torino (manifestazione organizzata dal PCI, svoltasi in piazza Solferino) e San Ferdinando di puglia (assemblea indetta dalla locale Camera del Lavoro). In un suo discorso alla Camera dei Deputati relativo agli scontri del giorno precedente, Sandro Pertini accuserà la Polizia (“a provocare gli incidenti non sono stati i carabinieri, non le guardie di finanza: è stata la polizia”), aggiungendo che questa avesse mantenuto un comportamento fazioso anche nelle manifestazioni dei giorni precedenti al 30 giugno
“Erano passati solo pochi anni dalla fine della guerra e della Resistenza e il ricordo delle violenze e delle persecuzioni nazifasciste era ancora vivo; convocare il Congresso del Msi in città, in aggiunta presieduto dal prefetto Basile, il prefetto della deportazione di 1.500 operai dalle fabbriche del ponente genovese avvenuta nel giugno del ‘44, “era un atto vissuto come una vera e propria provocazione” -che su carri piombati saranno internati nel campo di Mauthausen. La protesta culminò in scontri di piazza che nei giorni successivi si estesero anche ad altre città dove purtroppo si ebbero anche epiloghi tragici. Le manifestazioni portarono alla caduta del Governo Tambroni appoggiato dal Movimento Sociale, erede diretto del partito Fascista, e fu una grande vittoria del Paese e del mondo del lavoro. Molti di coloro che parteciparono allo sciopero e alla manifestazione del 30 Giugno avevano vissuto sulla propria pelle gli orrori della guerra e della dittatura e avevano combattuto per pace e libertà.
Nel periodo seguente si ebbero diversi scontri in diverse parti d’Italia, spesso nati da manifestazioni di protesta dei lavoratori o da commemorazioni di avvenimenti della lotta antifascista. Al contrario di Genova, in queste occasioni si registrò un uso frequente delle armi da fuoco da parte delle forze dell’ordine, con diversi morti e numerosi feriti tra i manifestanti.
l 5 luglio a Licata gli scontri a seguito di una manifestazione di protesta del sindacato e del relativo blocco della stazione ferroviaria ci fu un morto e 24 feriti. A Milano venne distrutta la sede del Partito Radicale a Roma alcuni ordigni esplosivi vennero gettati contro una sede locale del PCI, mentre a Ravenna , durante le ore notturne, un gruppo di neofascisti incendiò l’abitazione di Arrigo Boldrini , presidente nazionale dell’ANPI.
Il processo e le condanne per i fatti di Genova
Nel processo che seguì gli scontri vennero imputati 43 manifestanti, di cui 7 già agli arresti. La Corte di Cassazione decise lo spostamento del processo a Roma. Gli imputati, difesi dal senatore Terracini, e supportati durante la durata del processo con raccolte di fondi dall’ANPI, verranno quasi tutti condannati nel luglio 1962: ci furono 41 condanne, per pene massime di 4 anni e 5 mesi. In un caso, quello di Giuseppe Moglia, la condanna sarà di un solo mese e mezzo, nonostante l’imputato fosse stato trattenuto in carcere da ben due anni.
Il processo riguardò i soli manifestanti, nessun processo venne mai fatto per valutare l’operato e le responsabilità degli appartenenti alle forze dell’ordine che parteciparono a quegli scontri.
Epilogo: “Erano passati solo pochi anni dalla fine della guerra e della Resistenza e il ricordo delle violenze e delle persecuzioni nazifasciste era ancora vivo; convocare il Congresso del Msi in città, in aggiunta presieduto dal prefetto Basile, il prefetto della DEPORTAZIONE di 1.500 operai dalle fabbriche del ponente genovese avvenuta nel giugno del ‘44 :”In un decreto Basile scriveva:

Era un atto vissuto come una vera e propria provocazione -. La protesta culminò in scontri di piazza che nei giorni successivi si estesero anche ad altre città dove purtroppo si ebbero anche epiloghi tragici. Le manifestazioni portarono alla caduta del Governo Tambroni appoggiato dal Movimento Sociale, erede diretto del partito Fascista, e fu una grande vittoria del Paese e del mondo del lavoro. Molti di coloro che parteciparono allo sciopero e alla manifestazione del 30 Giugno avevano vissuto sulla propria pelle gli orrori della guerra e della dittatura e avevano combattuto per pace e libertà, rivendicazioni ancor oggi attuali e portate avanti dal mondo del lavoro che chiede di fermare le guerre e rilanciare la strada del dialogo e dei principi democratici per tutti i popoli”.